Art Director and Photographer | Emilio Tini
Fashion Editor | Icarius De Menezes
Interview and Text | Stefania Seoni

All Clothes COMEFORBREAKFAST
 

 

Sono uno dei giovani brand italiani con maggiore respiro internazionale, indipendenti da sempre, fin dagli esordi. Un’indipendenza non solo fatta di auto produzione, ma esplicita nel pensiero, nello stile, nella comunicazione, elementi che da sempre hanno fanno parte del loro percorso creativo. I Comeforbreakfast, duo di designer italiani (Aka Antonio Romano e Francesco Alagna) hanno un segno stilistico semplice e diretto che riprende i codici di un minimalismo informale tuttavia complicato, profondo. Hanno avuto visioni future fin dagli esordi contaminando le collezioni con elementi streetwear, sconfinando nel genderfluid, partendo sempre da un Made in Italy rigoroso, raccontando il contemporaneo, anticipando tendenze e dogmi stilistici attuali. Abbiamo incontrato Antonio Romano e Francesco Alagna, per una chiacchierata (molto spontanea) sulla loro storia e sul loro percorso, guardando anche al futuro e ai loro prossimi progetti.
 

 
Il marchio è nato da un vostro incontro quasi casuale, anche se entrambi arrivavate da esperienze lavorative all’interno della moda, come vi siete conosciuti?

CFB Il nostro marchio nasce veramente da un in incontro a colazione. Ci siamo conosciuti nel 2010 tramite amici in comune, il progetto e l’idea del marchio si è sviluppata durante numerose colazioni, l’unico momento della giornata in cui eravamo liberi, una consuetudine che poi è diventata un vera e propria progettualità, dove riuscivamo a portare avanti un sogno comune: il nostro marchio. Così un po’ per caso un po’ per follia, abbiamo deciso di omaggiare questo momento chiamando il brand Comeforbreakfast, anche perchè la colazione è sempre stata una mia ossessione, nel senso che vado sempre alla ricerca del miglior bar, della miglior pasticceria. Eravamo entrambi già dentro il mondo della moda, con percorsi diversi, entrambi desideravamo creare qualcosa di nostro, qualcosa che ci appartenesse.

Come sono stati i vostri esordi, eravate più incoscienti o più pragmatici rispetto ad oggi?

Eravamo completamente incoscienti! Abbiamo esordito con una capsule interamente realizzata in cashmere viscosa e cotone, un progetto molto immediato , che è piaciuto a buyers e alla stampa di settore, uno showroom milanese si è subito interessato a noi, la collezione fu poi scattata da Emilio Tini che è stato il nostro primo fotografo , con lo styling di Enrico Maria Volonté, tra l’altro per noi un servizio ancora attualissimo.

E’ partito tutto così in modo molto spontaneo, in un periodo di crisi del Fashion, abbiamo intrapreso questa avventura e da allora è stato un susseguirsi di collezioni di lavori, non ci siamo fermati un attimo, abbiamo sempre seguito l’istinto facendo qualcosa che amavamo veramente. Dopo il debutto, fatto di capsule collections per lo più genderless, seguendo il consiglio di buyers e della stampa, abbiamo sviluppato due collezioni separate uomo e donna, sempre auto finanziandoci, sempre restando indipendenti.
 


 
A proposito di indipendenza quali sono per voi i pregi e i difetti dell’essere indipendenti?

Crediamo entrambi che l’indipendenza dia la possibilità di esprimersi al cento per cento e di fare qualcosa di realmente sentito, senza dover sottostare alle direttive di un partner o di un finanziatore, contemporaneamente è difficile non poter programmare a lunga scadenza , ci basiamo solo sulle nostre forze, se avessimo un partner produttivo sarebbe più facile. Crediamo sia in fondo un compromesso dove stiamo a nostro agio.

Avete partecipato a Who’s on Next, com’è stata per voi quest’esperienza?

Si, siamo stati finalisti donna e finalisti uomo, in anni diversi con la collezione uomo al Pitti, con la collezione donna ad Altaroma. Per noi è stata un’esperienza importante, per la prima volta abbiamo sfilato davanti a una giuria composta da nomi illustri (Suzy Menkes , Franca Sozzani) è stata la prima occasione in cui parlavamo del nostro progetto ad una stampa di altissimo livello. Un confronto importante, che ci ha formato tantissimo.
 


 

Come è cambiata negli anni la vostra visione, il vostro approccio?

Siamo sempre stati molto coerenti, continuiamo a fare ciò che amiamo, siamo due persone che non si lasciano influenzare dal momento storico, la nostra visione , e questo ce lo riconoscono un pò tutti, è rimasta la stessa. Certo i tempi sono cambiati, noi siamo maturati, abbiamo fatto esperienze positive e negative che ci hanno fatto crescere , anche nella parte marketing siamo più organizzati, più consapevoli.

Come vi vedete dall’esterno?

Siamo entrambi molto autocritici, ci vediamo come due persone libere, il nostro è un progetto di nicchia dove riusciamo a esprimerci al meglio, non abbiamo vincoli commerciali e paradossalmente questo lo vedono anche aziende molto distanti dal nostro marchio che ci chiamano per avere consulenza sui contenuti.
 


 

Lo storytelling è molto presente nel vostro marchio, curate direttamente la vostra comunicazione, l’immagine del marchio..

E’ ciò che ci interessa maggiormente, non fare abbigliamento, distinguerci, la moda non sono solo “vestiti”, deve portare un racconto, avere un contenuto alle spalle. Stiamo scegliendo una via legata al racconto è ciò che è accaduto nel nostro ultimo progetto: Unsuitable. Siamo partiti dal senso di inadeguatezza, un stato d’animo che spesso non si percepisce esteriormente, ma riguarda un sentire più profondo della persona, da questa che spesso viene percepita come una mancanza abbiamo voluto ricercare un valore aggiunto, una forza positiva, in tutta la sua contraddizione e in tutta la sua bellezza. Abbiamo scelto dieci donne newyorkesi come interpreti del nostro racconto, donne incontrate e conosciuto durante i nostri viaggi, donne che ci hanno sempre attratti per il loro carattere , a loro che abbiamo chiesto di raccontarci cosa significasse per essere Unsuitable. Questo racconto è stato accompagnato da una serie di fotografie che le vede interpreti dei nostri capi iconici, il risultato è stato sorprendente! I capi hanno acquistato un forte impatto visivo: un una comunicazione liberata , non incentrata sulla documentazione , ma su qualcosa di diverso.

Come vivete Milano e il sistema moda milanese?

Crediamo sia un momento un pò delicato per tutti, è un periodo in cui i grandi brand non hanno mollato il colpo, anzi fanno di tutto per monopolizzare la scena , è molto difficile inserirsi affrontare una sfilata che abbia un senso , uno show richiede uno sforzo economico immane , è per questo che come format scegliamo sempre la presentazione, la scena milanese ha gli stessi problemi di quella londinese, certo in una città come Londra è più facile emergere, non c’è il peso di marchi storici, ma crediamo che se ce la fai a Milano, ce la puoi fare fare dovunque.

Cosa ne pensate di alcune scelte di giovani marchi contemporanei: quelle della via più facile, per esempio quella dello streetwear e subculture citate senza reale connessione ?

Oggi la strada più facile è lo streetwear, il logo, l’ influencer, è una strada che a noi non interessa, come ho già detto il nostro è un progetto di nicchia non abbiamo l’esigenza di farlo diventare mass market a tutti i costi. Comunque le collaborazioni di nicchia ci sono sempre state siamo presenti in diversi negozi nel mondo, questo vuol dire che c’è spazio per tutti, anche per gli indipendenti come noi.
 

Models
Models | Ilya Van Vuuren | I Love Models Management
Alina Schulzen | Monster Management
Make up | Adalberto Pezzaioli | Freelancer Agency
Hair | Pierpaolo Lai | Julian Watson Agency NY
Style Assistant | Dario Grillo e Eleonora Ramondetti
Production | Emilio Tini Studio